Peccato che mio padre non sia un docente, un professore, oppure uno dei cosiddetti baroni (mai titolo nobiliare fu altrettanto svuotato di nobiltà!). Altrimenti avrei avuto buone probabilità di possedere una forma mentis più adatta ad un posto da ricercatore. Almeno così la penserebbe – forse – quell’ipotetico barone del mio papino, parimenti a ciò che il professore Giuseppe Nicòtina dice riguardo al figlio:

Lei non si è mai interessato a questo concorso?
«Non è neanche la mia disciplina. Ma i figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una forma mentis che si crea nell’ambito familiare tipico di noi professori».

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Ricerca scientifica in Italia

Beati loro, i figli dei docenti. Certo che, a volerla dire tutta, non è mica detto che il papino in questione abbia per forza dato una spinta al figliuolo. Anzi, non vorrei trovarmi nei panni di chi, conscio delle possibili bagarre massmediatiche conseguenti alla sua iscrizione, tenta comunque di farsi valere… Ma che buono che sono! E per essere ancora più buono mi chiedo: perché mai gli altri due concorrenti per quel posto si sono ritirati? Se io avessi pagato (tipicamente si paga, no?) per iscrivermi ad un simile concorso, sapendo di avere una probabilità certo non-nulla di vincerlo, a che scopo ritirarmi assieme all’altro ladrone, così da lasciare onori e gloria al figlio sacrificale del barone?

Domande senza risposta. La cosa puzza. Ovvio che, per dirla con un tipo ingobbito che ancora ci guarda dall’alto al basso “A pensare male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca“. Nell’Italia dei precari che mandano avanti la pubblica amministrazione, nelle università ma non solo, fioriscono appelli per evitare o almeno riconoscere la cosiddetta fuga dei cervelli. Una cosa va detta: non c’è alcun bisogno di essere geni per essere assunti all’estero per fare ricerca. Lì dove si riconoscono non solo le potenzialità del fare ricerca ma se ne sfruttano i risultati, ci sono investimenti da parte dello Stato e da parte delle industrie. No, non c’è alcun bisogno di essere geni per accorgersi che non val la pena di scavare una galleria per raggiungere uno splendido filone di metalli preziosi e poi tagliare i fondi ai minatori, svendere la miniera già bell’e pronta ad acquirenti con quel minimo di lungimiranza che consente loro di capire l’affare. Non c’è bisogno di essere geni – dicevo – ma nemmeno bisogna essere sciocchi: se non si investe non si guadagna. Al limite si sopravvive.