Spesso mi chiedo come si possa fare ad innalzare il livello di cultura scientifica degli italiani. Non che io sia questo pozzo (pozzo, qualcosa di sotterraneo, nascosto) di scienza, ci mancherebbe. Trovo tuttavia che spesso parlando di cultura ci si riferisce a grandi romanzi e romanzieri, ai poeti, alla musica classica, al balletto od alle arie da opera, alla pittura più o meno antica così come alla scultura, alla fotografia, magari a qualche sito archeologico, fino alle tradizioni culinarie del paesino più sperduto. Persino le produzioni cinematografiche o la videoarte spesso ancora sono viste con sospetto. Pochissime però sono le persone che aggregano la scienza nel bel calderone denominato cultura.
Poi ci penso e mi viene il dubbio che forse quello che io chiamo tecnologia altre persone lo traducono con scienza, perciò mi rendo ancor più conto della fragilità e velleità di ogni messaggio rivolto a meri utilizzatori di tecnologia che – presumibilmente – associano la scienza solo a capelli bianchi sparati alla Einstein o a spauracchi quali la clonazione oppure strumenti quali il computer. Mescolando quindi solo folklore e utilitarismo, a coprire concetti ed idee, l’Italia e gli italiani restano immobili ed una intera branca di saperi viene esclusa dal fantastico mondo della Cultura. Un esempio di quel che sto ora farneticando riguarda la tecnologia della scissione nucleare.
Ho inserito qui su un filmato d’epoca (campionato dai Planet Funk per realizzare una canzone intitolata Tears after the rainbow) in cui Oppenheimer parla delle sensazioni dei padri del nucleare dopo aver fatto esplodere il primo ordigno di prova nel deserto di Alamogordo. Per quanto possa sembrare significativo, questo filmato perde tutto il suo valore senza conoscere la storia, sia del periodo cui si riferiscono i ricordi dello scienziato sia la storia personale di donne e uomini (scienziati, certo, ma anche militari, politici, giornalisti, ecc.), persone che in un modo o nell’altro sono state protagoniste. Esiste un libro magnifico, Gli apprendisti stregoni, un saggio del giornalista Robert Jungk, che varrebbe la pena di adottare come testo scolastico tanto mette bene in contatto i vari aspetti del mondo scientifico: gli scienziati, il loro periodo storico, il loro fare ricerca, le idee e poi – purtroppo o per fortuna – il loro trasformarle in tecnologia. Anche un film trae ispirazione da questo libro, cogliendone ovviamente solo la parte “da film”… Per quale motivo, mi chiedo, tanta resistenza all’unificazione delle cosiddette due culture?