(Un po’ per mancanza di tempo, un po’ perché da molto – sottinteso: tempo – avrei voluto scrivere un post sull’argomento, un po’ per il fatto di averne trovato uno scritto in modo sublime, ecco che faccio quel che non avrei mai pensato di fare: riporto totalmente un post scritto da altri, per la precisione da

Rapelay

Rapelay

Rapelay, il cosiddetto “simulatore di stupri”, è un videogioco. Lo dico perché ho notato che molte persone sembrano convinte che si tratti di un qualche tipo di microchip da impiantare a forza nei cervelli degli otaku di tutto il mondo per trasformarli da semplici maniaci pervertiti in maniaci pervertiti E stupratori.
Ecco, io vorrei rivolgermi a queste persone e tranquillizzarle: è solo un brutto videogioco. Posso comunque capire il vostro spaesamento se l’ultima volta che avete toccato un controller quest’ultimo era parte integrante di uno scatolone alto due metri con dentro Pang* (sappiate che la tecnologia ha fatto passi da gigante, e ora le donne nude sono molto più realistiche di quelle dello Strip Poker del bar sotto casa), o se l’unico videogioco al quale abbiate mai giocato è Pet Society (sappiate che avete dei problemi**), per cui cercherò di spiegarmi meglio.

Quando un videogiocatore gioca a un videogioco, compie delle azioni virtuali che possono essere di vario tipo (le più diffuse: sparare ad un’anatra, sparare ad una persona, sparare ad un mostro mutante, ricaricare il fucile). Sebbene alcune di queste azioni siano lodevoli (sparare ad un mostro mutante, almeno finché è fuori dalle acque territoriali), molte altre sarebbero inaccettabili nella realtà (colpire alle spalle, tifare Juventus, clacson nei centri abitati, giubbotto di pelle). Succede così che quasi tutti i videogiocatori del mondo abbiano una fedina penale virtuale estremamente lunga e variegata. A titolo di esempio, in sedici anni di carriera videoludica il sottoscritto ha virtualmente compiuto migliaia di omicidi volontari, decine di omicidi preterintenzionali, qualche omicidio colposo, incendio doloso, tortura, associazione a delinquere, furto, furto con scasso, lesioni, molestie, sfruttamento di animali, resistenza a pubblico ufficiale, innumerevoli infrazioni al codice della strada e centoventiduemila entrate a gamba tesa non passibili di denuncia. E tutto questo senza aver mai giocato a Grand Theft Auto 3.

Tutto questo influisce sull’equilibrio psicofisico del giocatore? Sì. Il soggetto tende a perdere sonno, ad acquisire esperienza in fatto di automobili truccate e a non laurearsi in ingegneria. Lo trasforma in un criminale? A meno che la definizione di “criminale” non venga allargata fino a includere chi compra un quad core da duemila euro per giocare a Need for Speed, no. Non più di quanto giocare a guardie e ladri trasformi la guardia in un futuro poliziotto e il ladro in un futuro notaio.

State tranquilli. Ci sono delle autorità che si occupano di stabilire a quali fasce di età un videogioco è rivolto, e perfino di vietarne la vendita a chi, in quanto minorenne, non è in grado di riscattare con le sue sole forze intellettuali anni e anni di completa assenza educativa dei genitori e potrebbe pertanto essere negativamente influenzato da qualunque stronzata. L’adulto, al contrario, se è fottuto è fottuto. Per lui non c’è nulla da fare. In pratica, secondo voi, se c’è un adulto che giocando a un videogioco di stupri diventa stupratore il problema è il videogioco. Ecco, no: il problema è che c’è uno psicopatico a piede libero.

Ah, e tra parentesi, il gioco è del 2006 ed è già stato ritirato dal mercato. I difensori della morale virtuale possono riporre la spada, lo scudo e l’armatura di drago (-15 resistenza), andare a guardare Romanzo Criminale e quindi portarsi i coltelli in tasca pure al supermercato. Ora lasciatemi solo che ho da fare. Vado a caccia di orchi.

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* Il famoso simulatore di rottura di palle.
** Io mi ricordo che quando avevo vent’anni i miei coetanei mi prendevano in giro perché leggevo alla mia età ancora leggevo i fumetti. Quest’anno mi sono preso delle soddisfazioni.