La mia fronte è imperlata di sudore, così pure le spalle. Ma non sono solo io e queste non sono certo allucinazioni. La guardia che passa di quando in quando, pure quel poveraccio non può nascondere sotto la divisa il suo imbarazzo e parimenti il caldo che prova. Almeno lui adesso non mi considera pazzo, meglio tardi che mai, anche se l’irreparabile è accaduto: non in un momento esatto, preciso, bensì in quel semplice lasciar perdere, ecco il non momento in cui tutto è cambiato.
Certo, se proprio dovessi fornire un quando ed un dove, li collocherei in quei dieci minuti alla presenza del Capitano. Dal vivo non mi era mai Capitato d’incontrarlo prima, credevo fosse più alto, visto come viene mostrato sugli schermi che tappezzano i ponti, dal principale agli ultimi e più nascosti, quelle volte in cui decide di volerci comunicare qualcosa. I dieci minuti più imbarazzanti della sua vita, pensavo in quei minuti, ma poi mi sono dovuto ricredere: avevo ancora quel briciolo di fiducia nelle persone, pensavo che i più m’avrebbero finalmente capito, e quel briciolo l’ho usato.
Niente da fare, troppa sproporzione. Io parlavo cercando con accuratezza i termini tecnici. Lui tirava fuori parole come “fiducia”, “coscienza”, “benessere”, “rispetto” e le mescolava assieme nella più viscida poltiglia di parole che orecchie umane abbiano mai udito. Io mi rivolgevo a lui, lui direttamente alla camera e parlava al popolo in ascolto, quelli che ancora si interessavano ai suoi discorsi per lo meno. Io gli facevo presente i rischi per il futuro e l’urgenza del momento, il momento, il non-momento dovrei dire. Lui invece parlava del passato, di quanto siano legate a lui le persone della Speranza e di come fosse inopportuno per un tecnico rivolgersi a lui in quel modo quasi accusatorio.
Intanto io avevo detto quel che volevo e dovevo dire, a chiare lettere, palesando e distinguendo ciò che ancora era in dubbio da quel che era già certezza. La Speranza andava spegnendosi. Niente di più semplice e, al contempo, niente di più drammatico per noi che grazie ad essa vivevamo. Certo, ancora sopravviviamo, ma non è più un vivere. Dopo quei dieci minuti nei quali pensavo di riuscire finalmente nel far conoscere il vero e di convincere chi comandava a cambiare lo stato delle cose, niente più per mesi. Solo un insolito silenzio attorno a me.
Nemmeno mi fossi reso ridicolo per una qualche buffonata qualsiasi, la legge non scritta degli uomini mi voleva lontano da loro. Ma dove potevano mettermi, affinché fossi lontano da loro, affinché potessero non vergognarsi di questo tecnico chiacchierone? L’ho saputo dopo alcuni mesi, appunto, tre mi pare, tanto dura una notizia importante. Dopo il silenzio, sono stato avvisato di dover comparire di fronte ai giudici di bordo. Il motivo non è mai dato saperlo, anche se bene o male – me ne sono reso conto in prima persona – chiunque venga convocato conosce bene il vero motivo. Nessuna sorpresa per me, purtroppo.
Ora eccomi qui, dietro queste sbarre, con questo pover’uomo che di settimana in settimana mi guarda con aria sempre più triste e compassionevole. Adesso che nessuno può più permettersi di rivolgersi al Capitano nel modo in cui io ho osato, adesso che nemmeno il Capitano può prendere più decisioni affinché la Speranza non diventi un guscio vuoto in quel vuoto che varchiamo, eccomi di nuovo guardato come un essere umano e non più come un nemico. Da qualche giorno non mi porta più la stessa quantità di acqua, ci ho fatto caso e pure la guardia lo sa. Non può farci niente, i suoi sono ordini ed i miei solo lamenti.
Sarebbe accaduto ed è accaduto. Non si spiega altrimenti. I sistemi di sopravvivenza consumano troppo, va razionalizzato il loro utilizzo e – diciamocelo chiaramente – i detenuti sono i primi sacrificabili. La guardia fa il suo giro molto velocemente, da quando qui stanno pian piano togliendo l’aria rinnovata, è evidente. Chissà se si trattasse di un trattamento speciale per me o lo facesse con tutti, fatto sta che non una parola mi ha rivolto, mai, fino a ieri: “Domani andrà un po’ meglio, vedrai. Eccoti l’acqua.” Poi se n’è andato con un sorriso poco espresso ma visibile, che mi ha aperto il cuore. Le sue parole però…
Oggi è domani. La guardia è entrata assieme ad un collega. Li ho visti percorrere a testa un po’ china tutto il corridoio, chissà che succede, chissà cosa significavano quelle parole. Perché la gente non è mai chiara quando parla? Bene, lo scoprirò fra poco. Si sono messi spalle alla mia cella, da una parte e dall’altra della porta. Sono così da un minuto ormai. Una terza persona però arriva, eccolo, ha una divisa diversa, non l’avevo mai vista. “Sono venuto qui per prelevarti, la tua pena è stata commutata.” “Commutata in cosa?”, faccio io. La guardia si lascia sfuggire una rapidissima occhiata al suo commilitone, mentre l’uomo di fronte a me schiude la bocca. “La nuova legge DDL 2195 sancisce che a chi si sia macchiato di un qualsiasi reato che andasse e vada contro la popolazione intera della nave, così come a lei riconosciuto data la sentenza che la voleva qui, per il bene comune sia data la morte.”
Ancora non riesco bene a realizzare cosa sia successo, forse qui è effettivamente l’unico posto in cui non fossero stati installati schermi. Penso di essere rimasto impassibile un attimo fa, forte. Mentre mi portano fuori di qui, mi ronza per la mente che forse un’altra decisione il Capitano avrebbe potuto effettivamente prenderla, se non altro per ritardare quel che ormai è inevitabile, e l’ha quindi presa: diminuire la popolazione. Magari la guardia lo sapeva. Ma cosa mi viene in mente. Sì, lo sapeva. Allora, non ha mai cambiato idea sul mio conto. E gli altri? Se non è cambiata l’idea delle persone su quanto avevo detto, quale sarà stata la motivazione di tale legge? Perché addirittura uccidermi? Le guardie al mio fianco sudano entrambe, nemmeno della loro pelle si fidano. Ormai è inutile, o meglio: ormai potrò essere utile solo da morto e le persone non lo sapranno mai. Né mai lo sapranno. La Speranza, nostra casa e nostra promessa di futuro, alla ricerca di una nuova vita per noi superstiti, la Speranza si è arresa anche lei, a noi.

